Far mangiare le verdure ai bambini? L’importante è sdrammatizzare!

05 agosto 2013

di Laura Pantaleo Lucchetti

C’è un argomento che vorrei affrontare insieme ai lettori di Piccolo Cuoco, che procede dallo svezzamento ma va anche ben oltre: far gradire le verdure ai bambini. Problema trito e ritrito sul web, lo so, uno dei cavalli di battaglia di qualsiasi baby-food-blogger che si rispetti, ma anche sezione indispensabile da inserire nei manuali di cucina per neomamme che davanti ai fornelli si fan prendere dall’attacco di panico…

Così io vorrei gestirlo in maniera un po’ diversa. Ahimè, io sono diversa: con sei figli ne ho viste, a tavola, di tutti i colori e sto continuando a vederne. E secondo me la questione del gradimento delle verdure va gestita per gradi: prima differenziando quelle crude e quelle cotte, dopodiché quelle rosse e quelle verdi e infine quelle visibili e quelle invisibili.
Non preoccupatevi, non ho nessuna intenzione di scrivere un trattato di metafisica delle verdure. Però se avete la pazienza di seguirmi, capirete dove voglio arrivare.
Iniziamo con un dato di fatto: ci sono davvero pochi bambini che rifiutano le verdure tout court e questo dipende dalle abitudini familiari. E’ così chiaro che l’educazione alimentare dipende dall’esempio a tavola che credo non ci sia bisogno di girarci molto intorno. Il problema è un altro: non ci sono esempi che tengano quando il rifiuto per un preciso alimento si fa ostinato ed ha delle radici più profonde di un disamore familiare, che so, per i broccoli. Perché tutti noi possiamo coltivare l’odio per i broccoli anche se proveniamo da una famiglia di divoratori di broccoli, esattamente come un musicista inaspettatamente può nascere da una famiglia che ha querelato a più riprese il vicino di casa perché teneva troppo alto il volume della filodiffusione.
Il fatto è che alcuni bambini, esattamente come alcuni grandi, rifiutano a priori alcuni alimenti mentre stravedono per altri, e si può raccontare loro tutto quel che si vuole, girare la frittata, saltare la finestra ma se la minestra di verdure, e arriviamo al dunque, il bambino non la vuole perché son verdure cotte e gli fa senso solo l’idea di portare il cucchiaio alla bocca, non c’è santo che tenga né pazienza profetica a cui far ricorso, nemmeno Giobbe in persona che si sieda a raccontargliela su per due ore.
Le verdure cotte sono uno degli scogli più odiosi per molti bambini. Non per tutti, certamente, ma per tanti sì. Il mio primo figlio ha una vera idiosincrasia per le verdure cotte, di qualsiasi colore siano e a qualsiasi stagione appartengano. Ed è un rifiuto che non nasce da un cattivo esempio familiare, perché il minestrone in casa mia compare non dico spesso ma compare a tavola, ed è pure un piatto della nostra tradizione. Fatto con verdure di stagione, assortimenti diversi ogni volta, aggiunta di cereali o legumi, a pezzi o passato, con crostini o senza crostini e pure la crosta di grana che proviene direttamente dalle collezioni di Geronimo Stilton. Non c’è proprio verso: lui il minestrone non lo vuole nemmeno vedere, perché odia le verdure cotte.
Se invece gli piazzo davanti un piatto intero di carote, sedano, peperoni, cipollotti e crauti a listerelle, pomodori, olive e cetrioli, il mio dodicenne è capace di ingurgitarli in un boccone solo, naturalmente piatto compreso. Per lui sono una delle cose più appetitose che esistano, le verdure crude, in pinzimonio ma anche nature.
Guarda caso, il suddetto è anche un carnivoro di quelli che nemmeno Adelchi in persona. Patito di cosciotti d’agnello, costine, grigliate, arrosti e bistecche, e più si può lavorar di mandibole, meglio è.
E’ chiaro che il rifiuto nasce da una questione caratteriale. Dal suo istinto primordiale di cacciatore. Dal suo affrontare la vita a morsi e coi denti. Perciò io non lo forzo a mangiare controvoglia le verdure cotte. Non ci penso neanche, così come non penso a correre in biblioteca a cercare manuali di psicologia applicata alle verdure: mi basta, tranquillamente, considerare di che pasta è fatto mio figlio e tirare le debite e tranquille conseguenze. Che, detto tra noi, ti fan vivere anche più serena, in un mondo dove a quanto pare i bambini son visti come alieni da portare da trecento specialisti diversi al mese perché son difficili da capire. Certo, non ho nemmeno voglia di allestirgli un menu diverso quando preparo il minestrone e tutta la famiglia gradisce all’unisono. Quindi mi limito a qualche furbata stile mettere in tavola, separatamente, i ditalini sconditi o i crostini che ognuno si aggiungerà al suo piatto a piacere, e di cui lui ovviamente farà incetta. Di fame sicuramente quel giorno non muore.
Allo stesso modo ci sono bambini che rifiutano alcuni alimenti, e fra questi ovviamente primeggiano le verdure, se son verdi piuttosto che arancioni. Solitamente è il verde nel piatto a suscitare smorfie di disgusto, a prescindere che si tratti di un’insalatina fresca o di spinaci stufati, anche se sono proprio quelli di Braccio di Ferro (che ormai ha fatto la sua epoca, per inciso). E in questo caso cosa si fa? Vedi sopra. Il verde, se ci pensate un po’, sarà anche il colore dei prati e degli alberi, ma ci sono bambini che non gradiscono molto l’immedesimarsi nel piccolo selvaggio. L’insalata è così buona, dice la nonna, però la mangia il bruco. Così come la mela verde farà d’un bene, però a ben pensarci dà l’idea di essere acerba. I bambini, insomma, vanno educati al gusto, e certi scogli si possono pure superare con l’astuzia tipica delle mamme sgamate o peggio ancora delle nonne – vedremo nella prossima puntata come – , ma il carattere è carattere e se un bambino si vede più nei panni dell’astronauta che di Indiana Jones, bisogna prenderne atto. L’importante è sdrammatizzare. Poi, il modo di tirarli su a fibre lo si trova lo stesso. La prossima puntata iniziamo a vedere come…

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